La carbonara. Probabilmente il piatto italiano più amato (e più “tradito”) al mondo. Oggi, però, proviamo una versione davvero sorprendente, scoperta sul web: il risotto shirataki alla carbonara. Sì, avete capito bene: una rivisitazione keto di questo grande classico, costruita usando il riso shirataki, il famoso “riso miracoloso” giapponese ricavato dalla radice di konjac, praticamente privo di carboidrati e calorie. Cambia solo la base: al posto della pasta o del riso classico, troviamo un alimento decisamente più leggero.
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Risotto alla carbonara keto
- 60 g guanciale
- 50 g riso shirataki crudo
- 30 g pecorino grattugiato
- 1 uovo
- Brodo vegetale q.b.
- Pepe q.b.
- Tagliare il guanciale a listarelle o a cubetti piccoli e sistemarlo in una padella già calda, senza aggiungere olio.
- Lasciarlo rosolare a fuoco medio, mescolando ogni tanto, fino a renderlo dorato e croccante.
- Una volta pronto, trasferirlo in un piatto e lasciare nella padella il fondo saporito rilasciato in cottura, perché servirà per insaporire il riso shirataki.
- Sciacquare bene il riso shirataki sotto l’acqua corrente, seguendo le indicazioni riportate sulla confezione.
- Scolarlo con cura e tamponarlo leggermente, così da eliminare l’acqua in eccesso e migliorare la consistenza finale.
- Versarlo nella padella con il fondo del guanciale e lasciarlo insaporire per qualche minuto, mescolando spesso.
- Aggiungere poco brodo vegetale caldo alla volta, come si farebbe con un risotto tradizionale, senza però eccedere con i liquidi.
- Continuare la cottura per circa 15 minuti, mescolando con regolarità.
- Verso la fine unire una parte del guanciale croccante, tenendone un po’ da parte per completare il piatto.
- Nel frattempo preparare la crema alla carbonara in una terrina.
- Rompere l’uovo, aggiungere il pecorino grattugiato e abbondante pepe, poi lavorare con una forchetta o una piccola frusta fino a ottenere un composto denso e uniforme.
- Non aggiungere sale subito, perché guanciale e pecorino sono già saporiti.
- Quando il riso shirataki sarà ben caldo e il fondo di cottura quasi asciutto, spegnere il fuoco e allontanare la padella dal fornello per qualche istante.
- Incorporare la crema di uovo e pecorino solo a fuoco spento, mescolando subito e con energia, così da renderla cremosa senza farla rapprendere.
- Completare con il guanciale tenuto da parte e una macinata generosa di pepe.
- Servire subito.

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La carbonara originale e le sue (mille) reinterpretazioni
Parliamo della carbonara, allora. Un piatto che è diventato simbolo dell’Italia nel mondo, ma le cui origini sono ancora oggi avvolte da un certo mistero. Le teorie sulla sua nascita sono diverse e tutte interessanti. C’è chi sostiene che sia stata creata dai carbonai degli Appennini, che la preparavano con ingredienti facilmente trasportabili – guanciale, uova, pecorino, pepe – durante i loro lunghi periodi di lavoro nei boschi. Altri raccontano che sia nata nel secondo dopoguerra a Roma, dall’incontro tra cuochi italiani e soldati americani che avevano portato con sé bacon e uova in polvere. Un’altra ipotesi la collega ai cuochi napoletani che già nell’Ottocento preparavano una pasta con uova, pepe e formaggio. Comunque sia andata, la carbonara originale romana è codificata in modo molto rigoroso: pasta (rigorosamente spaghetti o rigatoni), guanciale di Amatrice (non pancetta!), pecorino romano DOP (non parmigiano!), uova fresche (solo tuorli o tuorli più un uovo intero, mai panna, mai latte), pepe nero macinato al momento.
Eppure, nonostante questa codifica così rigorosa, la carbonara è anche uno dei piatti più reinterpretati al mondo. C’è chi la prepara con la pancetta al posto del guanciale (sacrilegio per i romani!), chi aggiunge la panna (eresia!), chi sostituisce il pecorino con il parmigiano, chi addirittura inserisce piselli, funghi o zucchine. Esistono carbonare di pesce con tonno o gamberetti, carbonare vegane con tofu affumicato e tofu strapazzato, carbonare di zucchine grattugiate e crude. E adesso anche la versione keto con riso shirataki: un esperimento che, nel suo piccolo, dimostra come questo piatto sia talmente forte da resistere a qualsiasi rivisitazione mantenendo intatta la sua identità.